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L’UOMO DEL FAI DA TE

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Per più di trent’anni il “fai da te” in Italia è stato sinonimo di “uomo peloso” che armato di segaccio e di trapano costruiva ogni manufatto. Fino ai primi anni ’90 le donne subivano e malignavano, poi, grazie allo sviluppo della distribuzione moderna, hanno deciso di mettere in campo tutta la loro forza sia in qualità di responsabile agli acquisti, che come influenzatrice, o forse meglio stimolatrice, degli acquisti del marito. Oggi non si parla più di fai da te si parla di bricolage e di decorazione.

Negli anni ’90 quali erano le malignità che le donne riservavano al marito bricoleur? La dissacrante e massacrante analisi delle donne è ben rappresentata dall’articolo che vi propongo di seguito apparso su Gioia Casa nel maggio del 1992 dal titolo: “Vivere con un marito bricoleur”. La penna era quella di M. Antonietta Schiavina.

Si riconosce a prima vista non appena si avvia con passo deciso verso casa. Carico di pacchettini, sacchetti, borse di nylon odorose di colle e vernici, l’aria di chi con la sua opera deve assolutamente salvare il mondo. Un bacio distratto alla moglie, un buffetto veloce ai bambini, uno sguardo distratto a ciò che sta avvenendo in cucina, quel tanto che basta per pregustarsi cosa metterà sotto i denti nei dieci minuti che si concederà per la cena (tra un fai da te e l’altro), una puntata velocissima in bagno per rinfrescarsi e infilarsi tuta e scarpe da tennis.

Poi, sparisce come d’incanto, in una stanza quasi sempre dedicata a lui (un uomo che ritorna alla sera dal lavoro, stanco e stressato, ha bisogno dei suoi spazi per esprimersi!) e, quando, ahimè, la casa non è abbastanza grande, si “rinchiude” in un angolo assolutamente vietato al resto della famiglia dove, con l’aria di chi è perennemente vittima del destino e senza il benché minimo rimorso per aver tolto spazio a cose più importanti, esprime la sua creatività.

E dal momento in cui il nostro si immerge nel suo “lavoro”, in casa può accadere di tutto, ma nulla, neppure la più apocalittica catastrofe, turberà l’ispirazione del bricoleur che, a testa bassa, sigaretta in bocca consumata fino al filtro (non c’è infatti neppure il tempo di posarla nel portacenere), occhiali in punta di naso, mano decisa di chi con il fai da tè è convinto di compiere una missione, parte in quarta e senza ritegno a limare, a martellare, a trapanare, a incollare, canticchiando o fischiando quasi sempre lo stesso ritornello.

Inutile dire che riempirà di polvere e schizzi di vernice tutto ciò che gli sta intorno e si stupirà quasi al limite dell’offesa se qualcuno timidamente tenterà di fermarlo, annunciandogli a fil di voce che la cena si sta raffreddando, che i bambini devono finire i compiti e dargli la buona notte o che, peggio ancora, la lampadina del salotto è bruciata e occorrerebbe sostituirla al più presto. Il bricoleur infatti, quando è all’opera, non ha orari, non sente i morsi della fame, non si ricorda più di aver moglie e bambini ma, soprattutto, non può minimamente perdere tempo a sostituire lampadine bruciate. Che si chiami un elettricista per questo. Lui ha davvero altro a cui pensare, anche perché finalmente, dopo tanti sacrifici da parte sua, quando l’opera in creazione sarà terminata, tutta la famiglia potrà  goderne e orgogliosamente annunciare ad amici e parenti il “lieto evento”. Peccato che, a conti fatti, fra attrezzature, ore perse, spazi occupati, eccetera, il risultato non sarà certo a prova di risparmio.

Ma cosa importa? Un uomo deve pure scaricare le sue tensioni. E il bricolage, siamo sinceri, dopotutto in questo senso è davvero il male minore”.

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