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BASTA GUERRE TRA LE FIERE

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Al Circolo della Stampa di Milano il Comitato Fiere Industria (CFI), Agenzia di Confindustria per le Fiere, ha presentato il rapporto sull’andamento del mercato fieristico nazionale, con relative comparazioni e posizionamento a livello internazionale. Ricordiamo che il CFI rappresenta alcune tra le più importanti società organizzatrici di fiere, sostanzialmente, anche se non solo, tutte quelle che fanno capo ad associazioni imprenditoriali di Confindustria (per esempio: Federlegno con il Salone del Mobile; Ucina con il Salone della nautica; Ucimu con la Bimu; ecc.). In totale le fiere organizzate nel 2010 da società associate a CFI sono 67 (il 28% del fiere che si tengono in Italia), occupano più di 2 milioni di metri quadrati (il 51% del totale metri venduti dalle fiere in Italia) e ospitano circa 45 mila espositori (il 49% rispetto al totale fiere) e 3 milioni di visitatori.

I dati sono stati presentati da Gian Domenico Auricchio, presidente CFI e Franco Bianchi, segretario generale. Alla relazione dei vertici di CFI è seguita una tavola rotonda che ha visto gli interventi di Anton Francesco Albertoni, presidente Ucina-Confindustria Nautica, Guido Corbella, amministratore delegato Centrexpo/Ipack-Ima, Guglielmo Gandino, presidente Unacoma Service, Antonio Gavazzeni, presidente EMI, Carlo Guglielmi, presidente Cosmit, Giovanni Mantovani, direttore generale VeronaFiere, Alfredo Mariotti, segretario generale Federmacchine, Massimo Martinoli, consigliere Anci Servizi, Raffaello Napoleone, amministratore delegato Pitti Immagine, Costantino Ruggiero, direttore generale EICMA. E’ intervenuto inoltre Enrico Pazzali, amministratore delegato Fiera Milano.

Al di là dei dati, che confermano l’importanza del sistema fieristico per l’economia italiana e che potete appunto analizzare personalmente scaricando il file allegato, nel corso dell’incontro sono emerse alcune problematiche di grande interesse. La richiesta comune espressa nell’incontro ha riguardato la fine delle guerre tra i diversi quartieri fieristici.

LA DANNOSA INVADENZA DELLA POLITICA

La radice di questo problema è individuabile nella modifica dell’articolo 117 della Costituzione, prevista con la legge costituzionale nr. 3 del 18 ottobre 2001. Si tratta del passaggio di competenza delle fiere dallo Stato (Ministero dell’Industria) alle Regioni, con la possibilità di trasformare da Enti in Spa le strutture che gestivano i vari quartieri fieristici. I fenomeni innescati da questa modifica della legge sono stati molteplici e non tutti positivi. Nella sua relazione introduttiva, il presidente Gian Domenico Auricchio, ha sottolineato l’esistenza di un’enorme dispersione di risorse economiche a sostegno dei troppi quartieri fieristici nati o risorti nell’ultimo decennio: il che ha portato a dei livelli di concorrenza esasperati e poco ortodossi, soprattutto quando i bilanci dei quartieri vengono ripianati dalle risorse istituzionali.

A questo proposito, aggiungiamo noi, si deve anche dire che la trasformazione delle fiere da Enti in Spa ha portato ad una moltiplicazione delle poltrone che, purtroppo, sono state gestite sulla base di logiche politiche con una dequalificazione generale della classe manageriale che regge le sorti del sistema fieristico. Intendiamoci, nel mercato fieristico nazionale sono approdate persone degnissime e professionisti di primo piano, però troppo spesso senza alcuna esperienza specifica nella gestione di una fiera o di un quartiere fieristico. Questo riteniamo sia uno dei motivi per cui sia nata la necessità per molti quartieri di ricorrere ai fondi pubblici per ripianare i propri bilanci, fondi pubblici derivanti dal fatto che i soci delle Spa fieristiche sono in definitiva ancora una volta di natura istituzionale (Regioni, Province e Comuni prima di tutto).

BASTA REGALARE SPAZI ESPOSITIVI

Non è possibile che esistano sostegni economici istituzionali che consentano ai quartieri fieristici di regalare spazi espositivi.” ha sottolineato vibratamente Anton Francesco Albertoni, presidente Ucina-Confindustria Nautica, facendo seguito all’intervento di Guido Corbella, amministratore delegato Centrexpo/Ipack-Ima che ha evidenziato come in Italia ci sia “un’offerta fieristica troppo ampia e la conseguente necessità di dismissione di quartieri fieristici che non servono davvero.

La soluzione indicata da CFI per voce del suo presidente prevede la costituzione di una governance che faccia capo al Ministero dello Sviluppo Economico e che regolamenti il sistema fieristico ovviando alle distorsioni che oggi mettono in pericolo il corretto sviluppo dello stesso. Sostanzialmente un ritorno al passato quando i quartieri fieristici erano gestiti da Enti che, per legge, dovevano mettersi a disposizione dei mercati e delle aziende per agevolarne lo sviluppo e non potevano, perciò, farsi concorrenza aprendo manifestazioni nuove su mercati già serviti da un altro Ente e da un altro quartiere fieristico.

Sull’esigenza di costituire una “cabina di regia centrale, con l’obiettivo di razionalizzare il calendario degli eventi espositivi svolti sul territorio” si è già espressa in maniera favorevole anche la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, mentre il CFI si è fatto carico di presentare la problematica e la soluzione richiesta al Ministro Claudio Scajola. Nel frattempo su più fronti associativi è partito un appello alle aziende che usano le fiere per la loro promozione: occorre che ogni mercato individui una propria manifestazione fieristica strategica e di riferimento, a questa e solo a questa manifestazione dovrebbero partecipare le aziende in quanto tali, delegando eventualmente al canale distributivo la partecipazione alle fiere minori.

Per concludere, un informazione che forse non tutti sanno ma che aiuta la lettura dei dati relativi allo sviluppo del nostro sistema fieristico. I numeri ci indicano che in Italia sta crescendo il numero delle manifestazioni definite internazionali, a fronte di un calo di quelle nazionali. E’ bene sapere, per la lettura corretta del dato, che in Italia il coordinamento regionale per le fiere stabilisce che per diventare “internazionali” è sufficiente avere il 15% di espositori stranieri oppure il 10% di visitatori provenienti dall’estero. Percentuali evidentemente troppo basse che consentono anche a piccole manifestazioni di fregiarsi, nella forma senza esserlo nella sostanza, del titolo di internazionale. Un altro aspetto che dovrà essere preso in considerazione dalla futura governance.

Marzo 2010

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