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La televisione non è più focolare domestico

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Quello che segue è il capitolo 3 del libro “Time Out: un momento di riflessione sulla TV satellitare, internet e il digitale terrestre tra tecnologia, politica e contenuti”, scritto da Mauro Milani nel 2005.

La sensazione che l’apparecchio televisivo sia sempre meno centrale, sempre meno focolare domestico per le famiglie italiane sta sempre di più prendendo corpo.

Nel secolo scorso, cioè fino a cinque anni fa, la televisione non era vissuta come un elettrodomestico bensì come un membro della famiglia che, a buon diritto, si sedeva a tavola con papà, mamma e figli a pranzo e a cena.

Oggi è sempre meno così: la sua importanza non è più significativa in quanto tale, in quanto televisione, ma in quanto schermo, in quanto apparecchio che consente di accedere a un’offerta sempre più ampia e diversificata di contenuti.

La rivoluzione del telefonino che ha portato gli italiani a imparare che un tasto non è più legato a due sole funzioni (on/off) ma a molte altre, ha inciso sulla cultura globale di approccio alla tecnologia, con il conseguente sviluppo dell’elettronica nelle case. Quindi la televisione oggi, e  lo sarà sempre di più in futuro, è riconosciuta come mezzo e non più come contenuto.

Ripropongo una frase importante di Mc Luhan che ho già citato qualche pagina fa: “la luce elettrica non appare a prima vista un medium di comunicazione proprio perché non ha contenuto. Soltanto quando viene usata per diffondere il nome di una marca, ci si accorge che  la luce elettrica è un medium“.

Oggi si comincia ad avere la coscienza che la televisione è uno schermo, ci si accorge  che è un medium quando viene collegato ad un erogatore di contenuti: l’antenna per i programmi della TV generalista, il decoder per l’offerta dei canali satellitari, la consolle per i videogiochi, il lettore di DVD, il videoregistratore, Fastweb, Televideo.

Era l’unicità di un’offerta importante come la comunicazione che portava la televisione ad essere diversa dagli altri elettrodomestici, ad essere un punto centrale, come anticamente era solo il tavolo da pranzo, per l’aggregazione della famiglia. Non è più così. La televisione non aggrega più, anzi tende a creare conflitto.

Difficilmente, considerando le tante cose che si possono fare con quello schermo, esiste concordia tra i vari membri di una famiglia su come usarlo insieme. Nell’indagine “I cittadini e le tecnologie della comunicazione” l’Istat evidenzia come “aumentano considerevolmente dal 1995 al 2000 le persone che guardano la TV da sole … e soprattutto sembra in crisi il modello della famiglia riunita dopo cena davanti al televisore, poiché aumentano le persone che vedono la Tv da sole dopo cena (dal 12,1% del 1995 al 20% del 2000) e parallelamente in questa fascia oraria diminuiscono le persone che vedono la TV con i familiari (meno 11 punti percentuali)“.

Tanto è vero che la stessa indagine evidenzia come nel 2000 le famiglie italiane che possedevano due o più apparecchi televisivi erano il 57,3% del totale, con picchi del 64,8% nelle regioni centrali e del 61,5% in quelle nord orientali.

A fronte di questa perdita del luogo fisico davanti al quale ritrovarsi, la famiglia italiana, cattolica e con una vita propria che esula e comprende tutti i suoi componenti, sembra comunque reagire cimentandosi nella ricerca di centri alternativi di aggregazione.

Il fenomeno che sta molto lentamente accadendo mi sembra altamente positivo perché può rappresentare un momento di crescita importante nei rapporti interni alla famiglia, soprattutto tra genitori e figli.

Infatti, mentre si sta chiudendo l’era della televisione in quanto momento in cui guardare ed ascoltare qualcosa insieme, si sta aprendo, grazie alla straordinaria penetrazione del computer e di internet nelle case, l’era del fare qualcosa insieme.

Il computer e internet consentono di scambiarsi informazioni, di giocare, di ascoltare musica, di suggerirsi siti umoristici o documentaristici o semplicemente interessanti da visitare. Il tutto rispettando quello che oggi, soprattutto per i genitori ma anche per i figli, è un valore, cioè la velocità.

Contrariamente agli altri media l’offerta di qualsiasi contenuto internet, salvo eccezioni, è caratterizzata dalla brevità, quindi si può passare da un sito ad un altro, da un immagine a un’altra, da un gioco a un altro con grande velocità. E’ esattamente l’opposto della televisione che richiede invece un’attenzione prolungata.

Il vecchio telecomando è sostituito dal mouse, con la differenza epocale che mentre il telecomando era lo scettro del padrone di casa, il mouse è tendenzialmente guidato dal figlio generando così una crescita della propria autostima e della stima del genitore.

Su questo tema sono interessanti i risultati raggiunti da Eurisko nell’ambito di un’indagine sul valore che gli strumenti tecnologici stanno assumendo all’interno delle mura domestiche. Lo studio è stato condotto su genitori e figli con un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, per un totale di 3,6 milioni di persone.

Due le fasi principali: un’analisi qualitativa che ha visto coinvolti alcuni gruppi, e una quantitativa condotta su 500 genitori di varia estrazione sociale e culturale.

All’interno di questo ampio panel il primo dato da registrare è un incoraggiante 46% di genitori che usano il computer anche a casa, contro un 28% che invece lo usa solo in ufficio. “Ed è proprio intorno all’uso del computer – spiega Eurisko –  che in molte famiglie scatta la scintilla che alimenta un canale di comunicazione e condivisione relativo alle ricerche su internet, all’attività ludica, all’utilizzo di programmi specifici per l’elaborazione delle foto o ai device per l’ascolto della musica. Tant’è che il computer è visto dai genitori come tecnologia “buona” che permette di essere sempre aggiornati, è un valido supporto per lo studio. Non a caso il 92% delle persone intervistate ne possiede almeno uno, il 16% due, mentre il 66% afferma di avere un collegamento a internet“.

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