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Breve storia dell’origami

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Determinare la data di nascita dell’origami (dal giapponese ori: piegare e kami: carta) è praticamente impossibile; date le sue caratteristiche dobbiamo comunque adottare, come punto di riferimento, la «costruzione» del primo foglio di carta; infatti il papiro e la pergamena, usati precedentemente, erano materiali adattissimi al disegno e alla scrittura, ma, data la loro fragile consistenza, poco manipolabili, condizione essenziale per la realizzazione di origami.

La carta fu «scoperta» in Cina intorno al 103 d.C. da uno sviluppo dei precedenti materiali e dalla necessità/desiderio di perfezionare il mestiere dello scrivere, a quei tempi riservato esclusivamente ai religiosi e ai nobili di casta. Possiamo quindi supporre che anche la piegatura della carta sia nata in Cina, intorno al II secolo. L’approssimazione, in questo caso, è necessaria: a distanza di millenni e in mancanza di sicure testimonianze è impossibile datare con precisione il giorno in cui qualche scrivano si trovò per caso a piegare la carta su cui stava lavorando. Piegare la carta rimase, comunque a quanto ci è dato supporre, un’attività casuale e individuale, fino a che non approdò in Giappone, la vera patria dell’origami.

L’ingresso ufficiale dell’origami nella cultura giapponese è databile intorno al IX secolo d.C., quando, durante i rituali religiosi nei templi Shinto, apparvero i primi go-hei (strisce di carta bianca piegate a zig-zag), simboli della presenza di Dio. La carta era già da decenni considerata un materiale nobile e la sua introduzione, con i go-hei, nella sfera religiosa ne consolidò il fascino e il rispetto. Infatti, ben presto le complesse regole dell’Orikota (figure di carta piegata) e i modelli originali dello stesso vennero custoditi con religiosa cura dalla casta sacerdotale shintoista. Anche durante le cerimonie nuziali era usanza, e lo è tutt’oggi, attaccare delle farfalle di carta alle coppe di sakè con le quali gli sposi brindano alla felicità della loro unione. Queste farfalle di carta (mecho,  per lo sposo e o-cho, per la sposa) avevano un profondo significato augurale e la loro preparazione era considerata un grande onore, solitamente riservato ai parenti più stretti.

L’origami diventò ben presto e per secoli una pratica comune. Piccoli oggetti di uso comune e domestico (come, per esempio, aghi, rocchetti di filo ecc.) erano riposti in piccoli contenitori di carta piegati opportunamente secondo le necessità. Le erbe medicinali venivano custodite in scatolette o cofanetti (tsu-tsumi) che, realizzati in carta, permettevano di mantenere il giusto grado di umidità naturale e una perfetta traspirazione, senza comprimere le erbe stesse.

L’arte dell’origami, tramandata di generazione in generazione, veniva, e viene anche oggi, insegnata ai bambini in tenera età, in modo che possano realizzare essi stessi i propri giochi: l’elmetto samurai (kabuto) è una tra le figure più popolari; inoltre, non dimentichiamo che i primi aquiloni nacquero come origami volanti. Allo stesso modo, nel rispetto delle tradizioni, alle bambine venivano insegnate quelle forme di origami che, dopo il matrimonio, avrebbero dovuto abbellire la loro casa.

Dopo la comparsa della carta, l’Europa dovette attendere circa sette secoli prima di conoscere l’origami; infatti, la prima figura in carta apparve «magicamente» nel 1860, quando un prestigiatore giapponese in tournée in Europa meravigliò il suo pubblico, esibendo una gru di carta (tsuru) che muoveva la testa semplicemente tirando la coda della stessa.

Fu così che, timidamente, cominciò a diffondersi la fama dell’origami, anche se, per la verità, pochissime persone arrivarono a interessarsi seriamente dell’argomento. Friedrich Froebel, illustre pedagogo tedesco, che operò intorno alla metà del secolo scorso, fu il primo filosofo, in un momento di grande vivacità culturale in Germania, a riconoscere all’origami grandi potenzialità pedagogiche per la crescita e l’educazione del bambino. La teoria pedagogica froebeliana si fonda sul concetto che i prodotti dell’attività umana sono frutto di trasformazioni continue della materia, le quali, avvenendo grazie alla mano e alla mente dell’uomo, portano evidentemente a uno sviluppo  sia psichico che manuale dello stesso; in questo senso Froebel considerava produzione e sviluppo  un tutt’uno, formulando l’idea secondo cui si deve arrivare a convertire l’attività, ritenuta infeconda dei giochi infantili, in attività creativa. Secondo tali presupposti è comprensibile l’entusiasmo di Froebel, una volta conosciuta e studiata l’arte di piegare la carta.

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