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L’IMPRESA E LA MANCATA SFIDA ALL’INNOVAZIONE

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L’IMPRESA E LA MANCATA SFIDA ALL’INNOVAZIONE

Prima
di entrare nel merito dei nuovi media per la comunicazione è opportuno
descrivere, pur se sommariamente, l’ambiente in cui essi si devono
muovere in Italia. La situazione è assolutamente particolare, infatti a
fronte di una classe manageriale tendenzialmente disattenta e arretrata,
corrisponde un pubblico sempre più evoluto e preparato. Mentre nelle
case degli italiani la presenza dei computer e delle nuove tecnologie è
già una realtà e già si sta pensando alla nuova frontiera della domotica,
nelle aziende la parola innovazione tecnologica, che ha un senso
all’interno della fabbrica, non trova spazio negli uffici e nella
cultura imprenditoriale e professionale.

Nell’ambito di un’interessante intervista di Giuseppe Turani ad Antonio Emmanueli,
presidente di SMAU (la celebre manifestazione fieristica milanese),
apparsa il 28 giugno 2004 sul quotidiano La Repubblica, si legge: “per
quanto riguarda l’economia europea l’Italia sta diventando una specie
di Toscana rispetto alla Milano del miracolo economico. Cioè un luogo
di grandi memorie, di grande cultura, ma un po’ ai margini della
crescita e dell’innovazione. Di fatto si sta creando un’asse che gira
intorno a Belgio, Francia e Germania. E’ quest’area che sta diventando
il cuore, il centro dell’Europa. Tutto il resto è periferia.
“.
Proseguendo le parole di Emmanueli assumono un tono sempre più severo e
Turani, da ottimo giornalista ed esperto quale è, lo incalza
sull’arretratezza dell’Italia sul tema dell’innovazione.

Purtroppo le cose stanno proprio così – continua Emmanueli -. I
dati che si possono citare sono moltissimi e tutti molto interessanti.
Quelli che mi colpiscono di più sono i dati relativi alla nostra
presenza negli scambi mondiali. Ebbene, se oggi andiamo a prendere i
tre settori che oggi fanno sviluppo nel mondo, e cioè chimica, mezzi di
trasporto e Information Technology, scopriamo che la nostra presenza
negli scambi mondiali è nell’ordine dell’1%, cioè del tutto irrisoria,
marginale e inutile. Se invece andiamo a vedere i settori in declino o
comunque non in crescita, che non fanno sviluppo, le cito solo le
calzature e i mobili, allora siamo dei veri campioni. Le nostre quote
nel commercio mondiale sono intorno al 14-15%. Insomma siamo forti dove
non c’è sviluppo. Quando poi si vanno a fare i ragionamenti sul fatto
che l’Italia non cresce come gli altri, bisogna anche tenere conto del
fatto che siamo, appunto, forti dove non serve e debolissimi, quasi
inesistenti dove invece ci sono la crescita e lo sviluppo.

In
realtà l’attenzione di Emmanueli non è sulle grandi cose, ma sulle
piccole applicazioni, oggi facilmente realizzabili e portatrici di un
valore aggiunto straordinario. “Tempo fa sono stato in Ungheria (non negli Stati Uniti – n.d.r.) – racconta Emmanueli – e
ho scoperto che là il parcheggio si paga semplicemente con il
telefonino. Si manda un Sms e arriva l’addebito sul cellulare. I vigili
addetti al controllo mandano il numero della targa a un loro centro e
subito arriva la risposta: se il tipo ha pagato bene, in caso contrario
scatta la contravvenzione. Qui da noi, a Milano, e dovremmo essere una
città avanzata d’Europa, siamo ancora alla ricerca, magari di sera
quando tutto è chiuso, di qualcuno che possa venderci una tessera per
il parcheggio. Sono cose che fanno cadere le braccia.

Come
dargli torto. Ma i manager italiani sono pigri e approcciare
l’innovazione costa fatica, studio e applicazione, meglio nascondersi
dietro grandi numeri per certificare uno sviluppo che, se si scava
anche solo un minimo sotto la crosta non c’è. Tutti i dati ci dicono
che oltre il 90% delle aziende italiane posseggono un dominio internet e
di queste oltre il 50% hanno un proprio sito in linea. Se consideriamo
che l’Italia è il Paese della piccola e media impresa (secondo i dati
ISTAT le aziende con 1-9 addetti sono circa 3,4 milioni) i dati
sembrerebbero assolutamente lusinghieri. Se però si scava anche solo
per un attimo si scopre che nell’84% dei casi il sito è semplicemente una presentazione aziendale,
nella migliore delle ipotesi completata dal catalogo prodotti. Solo in
un sito su venti è possibile interagire con l’azienda richiedendo
informazioni sui prodotti o un contatto con i venditori. Solo l’11%
delle aziende italiane hanno sentito parlare di e-marketplace (fonte:
Osservatorio Net Economy del Mate).

Infine, la ciliegina sulla torta ce la offre Federcomin
con il rapporto “Distretti Produttivi Digitali”, realizzato in
collaborazione con RUR-Censis, dal quale emerge che qualche problema di
diffusione nelle aziende italiane lo ha anche la posta elettronica,
infatti nei distretti analizzati il suo impiego è  in lento
sviluppo: a fronte di un numero di esperienze modeste e discrete, pari
relativamente al 30% e al 35% dei casi analizzati, si registra un
utilizzo elevato di questo strumento solo nel 23,5%. Ciò che però è più
preoccupante è che dalla citata indagine emerge che in realtà manca la
volontà di sviluppare strategie e manca altresì una visione globale
dello scenario relativa allo sviluppo tecnologico delle economie
locali. Infatti, nel 2002, la pianificazione degli interventi
tecnologici mirati a sviluppare progetti interaziendali e a fortificare
logiche collaborative, riguardava solo il 5,3% delle aree distrettuali,
oggi, a due anni di distanza, la situazione non appare sostanzialmente
migliorata, leggermente si ma non sostanzialmente.

Presenze
di strategie di sviluppo nei distretti produttivi fondate sull’uso
delle nuove tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione

(Fonte: RUR-Censis/Federcomin – 2003)

 Stato di avanzamento delle strategie ICT aziendali  Val. %
Non è stata elaborata alcuna strategia 15.8
E’ ancora ad uno stato embrionale  27,6
E’ in corso di elaborazione  34,2
E’ stata definita una strategia unitaria complessiva  5,3
Esistono progetti ma privi di visione strategica unitaria  3,9
Non sa, non risponde  13,2
TOTALE  100

In questo contesto, quello che ancora una volta conferma l’ipotesi di pigrizia intellettuale
e di mancanza di studio e di approfondimento da parte dell’attuale
classe manageriale è il fatto che, come viene dettagliato dal Censis “a frenare la digitalizzazione delle imprese non sono i costi di investimento (44,7%) e quelli per la formazione delle risorse umane (42,2%) quanto,
piuttosto, limiti di natura culturale. L’atteggiamento predominante
nella maggioranza delle aziende è infatti improntato alla diffidenza
reciproca e alla strenua difesa della propria autonomia
“. La conclusione è davvero poco confortante: “in
questo contesto è evidente che il problema della faticosa
digitalizzazione è più legato ai processi di aggregazione e di crescita
del capitale intellettuale e meno alla bassa capacità di investimento
delle Pmi
“.

Ostacoli allo sviluppo di attività basate sull’uso condiviso di nuove tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione
(Fonte: RUR-Censis/Federcomin – 2003)

Ostacoli Molto o
abbastanza
rilevante (%)
 Poco rilevante
(%)
Non sa
non risponde
(%)
Difficoltà a condividere
informazioni critiche
75,0 10,5 14,5
Impulso a conservare
autonomia di gestione
 73,7 13,1 13,2
Difficoltà a reperire
risorse umane qualificate
 59,2 29,0 11,8
Oneri di investimento
troppo elevati
44,7 39,5 15,8
Oneri per formazione
delle risorse umane
42,2 42,0 15,8

La sensazione è che per parlare di innovazione bisognerà aspettare e sperare le carriere dei giovani
che oggi studiano all’Università e che, mi auspico, sapranno
distinguere il valore della riservatezza aziendale dalla tutela dei
cosiddetti “segreti di Pulcinella”. Su questo fronte i manager
40/60enni di oggi mi fanno tornare alla mente la mia nonna Gigia che,
nata nel 1900, diffidava degli uomini troppo profumati adducendo con
orrore che probabilmente di pulito avevano solo le mani e la faccia, ma
che erano senz’altro usciti di casa senza farsi il bidet. Su questo
tema, frivolo ma non troppo, ricordo anche uno straordinario passaggio
di una tavola a fumetti del maestro Andrea Pazienza
che, poneva il suo personaggio, il giovane Zanardi (che oggi avrebbe
giust’appunto qualche anno in più di 40), nel dubbio, prima di uscire
con una ragazza, di farsi o meno il bidet. Il ragionamento era più o
meno questo: “se ci sta, il bidet, accidenti, è necessario, ma se poi non ci sta io mi sono fatto il bidet per niente“.
Ecco perché ormai da parecchi anni alle varie tornate elettorali il mio voto è sempre andato a candidate donne.

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