Bricoliamo.com

IL PROSUMERISMO

Questo articolo è utile o potrebbe essere utile ai tuoi amici? Condividilo!

IL PROSUMERISMO

Tra le tante definizioni con cui
si è voluto descrivere il consumatore e la pratica del bricolage,
quella che è perdurata più a lungo nel tempo è raccolta nella parola “prosumerismo“. Un anglicismo portato in Italia per la prima volta da Giampaolo Fabris sulle pagine del numero del 13 gennaio 1985 del settimanale L’Espresso.
Nato a Livorno nel 1938, Fabris era già a quel tempo considerato come
uno dei massimi esperti delle tendenze e degli orientamenti del consumo
e del consumatore. Oggi Giampaolo Fabris è professore ordinario di
Sociologia dei Consumi all’Università IULM di Milano e presidente del
corso di laurea in Relazioni Pubbliche, oltre a svolgere attività di
consulenza per grandi gruppi industriali italiani, aziende
multinazionali e governi stranieri e di collaborazione con molti
quotidiani e riviste italiane e straniere. Riportiamo interamente il
testo dell’articolo.

“Prosumer, prosumerismo: ancora una
locuzione importata d’Oltreoceano ed italianizzata con poca fantasia.
Questa volta – spiega Giampaolo Fabris – l’anglicismo non è gratuito e
serve a colmare una oggettiva lacuna nel nostro vocabolario per
definire un fenomeno che ha già un suo importante spessore economico e
sociale. Oggi, infatti, assistiamo all’emergere di una figura nuova, il
prosumer appunto, che unisce in se il ruolo di produttore e consumatore
(prosumer nasce da producer ed è un neologismo anche nella sua lingua
d’origine e si forma dall’incontro tra producer e consumer). Le prime
avvisaglie del prosumerismo le registriamo con il diffondersi
prepotente della filosofia del do it yourself (il fai da e) che
si è registrato in Italia durante tutti gli anni settanta. Si trattava
di una tendenza di dimensioni contenute, limitata in genere ai piccoli
interventi domestici, e stimolata soprattutto dal fatto che gli
artigiani si diradano sempre di più e quei pochi sulla piazza chiedono
compensi vertiginosi.”

“Il prosumerismo si sviluppa ora su
basi assai diverse, sia per i settori in cui si manifesta, sia per i
soggetti che coinvolge (sempre più numerosi e non riconducibili agli
schemi della laboriosità manuale), sia per le motivazioni che lo
giustificano. Con il prosumerismo ciascuno torna a fare il produttore
di tutta una serie di beni destinati al suo personale consumo,
sottraendo una quantità di scelte ai tradizionali circuiti fra
produzione e mercato. Così si può calcolare che oggi oltre un quinto della popolazione italiana
sia interessata a questo fenomeno, in una gamma di settori già molto
ampia e destinata a dilatarsi ulteriormente in futuro. Si torna a fare
le conserve e le marmellate in casa e non soltanto per rendere omaggio
ad uno dei più antichi impegni del lavoro domestico. Lo stesso discorso
si può fare per la pasta (e alcune industrie italiane stanno costruendo
piccole fortune sulle macchine per fare la pasta in casa). Accanto alla
pasta si tornano a produrre artigianalmente numerosi alimenti – dai
gelati ai surgelati – la cui produzione in passato era tutta
industriale. Il mercato dei cibi per bambini (si pensi agli
omogeneizzati o ai succhi di frutta per esempio) trova ora un’accesa
concorrenza in centrifughe, frullatori, tritatutto ed altri
elettrodomestici, sempre più usati in casa per preparare alimenti per i
propri figli. E si va ingrossando l’esercito di quanti trasformano il
giardino (o parti del giardino) in orto, o coltivando ortaggi e frutta
sul terrazzo di casa.”

“Non è soltanto nel settore
dell’alimentazione che troviamo un’ampia applicazione dl prosumerismo –
prosegue Giampaolo Fabris -. A parte le piccole riparazioni domestiche
per le quali non ci si rivolge più a idraulici, elettricisti e così
via, il prosumer nostrano, a volte con senso pionieristico, si
avventura nel tinteggiare i muri, nello stendere e tagliare moquette;
e, sempre da solo, costruisce mobili – dalla libreria, al letto,
all’armadio – utilizzando kit di prodotti semilavorati da completare o
semplicemente da assemblare a seconda delle proprie esigenze.”

La medesima logica di approccio, Giampaolo Fabris la descrive anche
riguardo al settore dell’abbigliamento, con la riscoperta del cucito,
del ricamo e del lavoro a maglia e a quello della cura della persona,
con permanenti e tinture per capelli fatte direttamente nel bagno di
casa con l’aiuto di un’amica. Mentre fuori casa l’automobilista tende a
sostituirsi al meccanico per alcune riparazioni della propria vettura.
Infine, Giampaolo Fabris chiude il suo articolo rispondendo ad una
domanda estremamente importante.

“Quali sono le motivazioni
che accompagnano questa nuova figura sociale, quali bisogni il prosumer
soddisfa? Certamente quelli pratici ed economici, che pure l’hanno
originato, non sono i soli e, forse, nemmeno i più importanti. L’esigenza di una produzione specifica
per le proprie necessità che sono sempre, in qualche modo, diverse da
quelle degli altri, costituisce una delle principali ragioni del
prosumerismo. Smentendo una solida tradizione sociologica che vedeva
nella crescente massificazione dei consumi e degli stili di vita lo
sbocco obbligato delle società industriali avanzate, il consumatore
chiede ora con insistenza prodotti e servizi che riflettano la sua
personalità, nei quali sappia riconoscersi. Perciò comincia a guardare
con diffidenza l’omologazione dei propri bisogni a presunti standard
medi; e comincia a manifestare sospetti nei confronti di prodotti o marche di massa.
Il passo successivo, quasi obbligatorio è quello di trasformarsi in
piccolo produttore per garantirsi una migliore soddisfazione delle
proprie esigenze. Ancora: il prosumerismo esalta la creatività non più
come appannaggio esclusivo di pochi artisti, ma come una potenzialità
presente in ciascuno di noi, da coltivare e arricchire. Si tratta di
inventare soluzioni nuove, originali, del tutto coerenti e in sintonia
con i propri gusti, piuttosto che recepire passivamente quelle
standardizzate dalla produzione industriale. Inoltre il prosumer trova
nel recupero della manualità un incentivo a un ruolo più attivo
come produttore. Produrre da soli i beni significa, infatti, esprimere
anche una manualità altrimenti inespressa. E l’autoproduzione, quando
questa non si identifica con il lavoro, può diventare in qualche modo
anche un gioco. Un divertimento per adulti che ci permette di esprimere
come produttori quei contenuti di piacere che sembravano aver
divorziato per sempre dall’homo faber.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *




Torna all'elenco degli articoli

ricerca-articoli Ricerca articoli

Bricoliamo ha un archivio di oltre 2000 articoli tra guide, tutorial, prove e consigli su giardinaggio e fai-da-te.
Utilizza la ricerca per trovare ciò che ti serve!