EMILE ZOLA’ NEL 1883 RACCONTAVA LA GDS

EMILE ZOLA’NEL 1883 RACCONTAVA LA GDS

Il testo che vi proponiamo di seguito fu scritto da Emile Zolà nel 1883 ed è contenuto nel romanzo “Il Paradiso delle Signore“,
certamente non fra i migliori da un punto di vista letterario, ma
estremamente interessante perché, nell’intreccio, narra della nascita
dei primi punti di vendita di grande distribuzione specializzata a
Parigi (il Paradiso delle Signore è un grande punto di vendita di
abbigliamento, tessuti, biancheria intima, passamaneria e affini).
 
“… Octave infiammato dal desiderio di convincerlo, gli si confidava anche più apertamente, spiegandogli il meccanismo del nuovo commercio
delle novità. Il bandolo di questo commercio era uno solo: il giro
continuo e rapido del capitale che bisognava trasformare in merci
quante più volte in un anno fosse possibile. Quell’anno, per esempio,
il suo capitale che era di soli 500 mila franchi, aveva fatto il giro
quattro volte ed aveva così prodotto per due milioni: una inezia, doveva fruttare dieci volte di più,
perché, affermava, che era sicuro di fare, fra poco, in modo che il
capitale dovesse in certe sezioni del negozio rispendersi e
riincassarsi quindici o venti volte.

«Lei capisce, signor
barone, che tutto il meccanismo sta lì. E’ una cosa semplicissima ma
bisognava inventarla. Non abbiamo bisogno di molto denaro; il nostro
unico sforzo è di far presto a disfarci delle mercanzie comprate, per
comprarne delle altre. Così il capitale da frutto tante volte quante è riinvestito
e noi possiamo contentarci di un guadagno piccolissimo. Siccome le
spese generali raggiungono l’enorme cifra del 16% e noi non prendiamo
sugli oggetti che il 20% di guadagno, il frutto è soltanto del 4%. Ma
saranno milioni quando si tratterà d’una grande quantità di merce e la
rinnoveremo continuamente … Mi spiego? E’ una cosa semplicissima.»

Il barone tentennò di nuovo il capo. Lui che aveva protetto le imprese
più ardite e che era ancora famoso per la sua audacia nei primi
tentativi dell’illuminazione a gas, restava duro e non persuaso.

«Capisco – rispose -. Voi vendete a buonissimo prezzo per vendere molto … Ma bisogna vendere però, ed io vi domando da capo: a chi venderete? Come potete sperare di tenere viva una vendita così enorme? »

Uno scoppio di voci che veniva dalla sala (la
scena si svolge all’interno del grande negozio. I due sono sulla
balconata che da sulla sala grande dove erano posti in vendita i tessuti

– nd.r.) interruppe le spiegazioni di Mouret. Era la Guibal la quale
diceva che le gale di trina antica d’Alençon le sarebbero piaciute di
più messe soltanto a grembiule.

«Ma, cara mia – diceva la de Boves – anche il davanti è tutto trine. Un vestito così ricco non l’ho visto mai. »

… … …  «Eh! – disse finalmente Mouret, quando potè parlare – pur di sapere vendere si vende quello che si vuole! La nostra vittoria sta lì. »

Allora, col suo brio da meridionale, con frasi calde che suscitavano
l’immagine delle cose, mostrò il nuovo commercio nella nevrosi del
lavoro. Disse dapprima della potenza dell’ammucchiamento fatta dieci
volte maggiore; tutte le mercanzie accumulate tutte in un punto solo,
sorreggendosi a vicenda e a vicenda raccomandandosi; non un momento di riposo,
la roba di stagione sempre pronta e di banco in banco la compratrice
era presa, qua pigliava la stoffa, più in  là il filo, in un altro
posto il mantello; si vestiva; poi si imbatteva in qualcosa che non si
aspettava e doveva cedere al bisogno dell’inutile e del grazioso. Poi
esaltò i prezzi in “numeri veri”. La grande rivoluzione delle
novità dipendeva dal prezzo fisso. Se il vecchio commercio, il
commercio minuto dava l’ultimo respiro era perché non poteva sostenere
la guerra dei prezzi bassi, mossagli dal cartellino in numeri chiari e
lampanti. La concorrenza si faceva sotto gli occhi stessi del pubblico;
chiunque passeggiasse davanti alle vetrine sapeva i prezzi della tal
cosa e della tal’altra; bisognava che tutti i magazzini ribassassero e
si contentassero del guadagno più piccolo possibile: nessun inganno, non più retate preparate da tempo su una stoffa venduta il doppio di quel che vale, ma affari correnti,
un tanto per cento fisso su tutte quante le merci, e la fortuna
consisteva nel buon procedere d’una vendita larghissima, appunto perché
fatta all’aperto, senza misteri. Non era una stupenda invenzione?
Metteva sottosopra il mercato, trasformava Parigi, perché era fatta con
la carne e con sangue della donna.

«Ho la donna io! M’infischio del resto. », disse in una confessione brutale che gli fu strappata dal fervore col quale parlava.

A quel grido il barone Hartmann parve scosso. Il suo sorriso perdeva la
sottile punta d’ironia e vinto a poco a poco da quella fede, guardava
il giovanotto per il quale cominciava a sentire dell’affetto.

«Zitto! – gli sussurrò paternamente -. Se no vi sentono. »
… … … in poche parole bisbigliate in un orecchio al barone terminò di spiegargli il meccanismo del gran commercio moderno.
Allora anche più in alto, proprio in vetta, come fine ultimo, apparve
lo sfruttamento della donna. Tutto andava a finire lì. Il capitale
rinnovato incessantemente, il sistema di ammucchiamento delle merci,
l’esposizione che attrae, i prezzi in numeri veri che impediscono ogni
sospetto di frode. La donna era quella che i magazzini si disputavano
con la concorrenza, quella che pigliavano continuamente nel tranello
delle loro “occasioni straordinarie”, dopo averla stordita con il lusso
delle vetrine.

Avevano svegliati in lei nuovi desideri,
erano una tentazione immensa alla quale ella soccombeva fatalmente,
cedendo da principio alle compere necessarie, poi vinta dalla
civetteria e poi divorata. Facendo dieci volte maggiore la vendita,
democratizzando il lusso, divenivano un terribile incitamento alle
spese: buttavano all’aria le famiglie, eccitavano la pazzia della moda,
sempre più cara. E se la donna nei magazzini era regina, adulata e
accarezzata nelle sue debolezze, circondata di cortesie, era una regina
di cui i sudditi fanno mercato e che paga con una goccia di sangue
ciascuno dei suoi capricci.

… … … «Abbiate dalla vostra le donne – disse a voce bassa il barone, ridendo audacemente – e venderete il mondo. »
Il barone aveva capito.
Gli erano bastate poche frasi per indovinare il resto, e un commercio
fatto con tanta galanteria lo infiammava … Ma anch’egli, come
Bourdoncle, ebbe a dire per la sua vecchia esperienza.
«Badate che si vendicheranno. »”

Era il 1883.

Ho la donna io! M’infischio del resto.” Con questa affermazione secca e perentoria Octave decreta la centralità del cliente
nel successo di un’impresa commerciale al pubblico. Cliente che deve
essere attirato, coinvolto, entusiasmato, eccitato. Il cliente diventa
un patrimonio per il punto di vendita quando entra per piacere, per
curiosità, per dare un’occhiata indipendentemente dalle sue necessità.
Perché solo quando il cliente è entrato in negozio si possono giocare
tutte le carte in funzione di conquistare una vendita.

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